IN VIAGGIO CON LA BIBLIOTECA

 

 

VIAGGIO NEGLI STATI UNITI D’AMERICA

 

Dopo il viaggio in Russia del 2003, la Biblioteca di Rosate ha organizzato, dal 3 al 12 settembre scorso, un viaggio alla scoperta della costa orientale americana, che ha toccato città come New York, Philadelphia, Washington e Toronto e che ha coinvolto un gruppo di 42 partecipanti. Proponiamo di seguito alcune testimonianze e alcune foto del viaggio, in attesa del prossimo viaggio in California, previsto dal 26 agosto al 5 settembre 2005.

 

 

>> Consulta il programma del viaggio negli Stati Uniti (West Coast) del 2005

>> Consulta il programma del viaggio negli Stati Uniti (East Coast) del 2004

 

 

 

 

Washington: foto di gruppo

New York: bandiere statunitensi

 

 

DIARIO DI VIAGGIO

 

Anche quest’anno la nostra Biblioteca ha organizzato un viaggio, un mix di cultura e divertimento, che questa volta ci ha portato a visitare gli Stati Uniti d’America, un Paese ricco sia dal punto di vista economico sia da quello storico e culturale.

Il nostro tour attraverso l’East Coast è cominciato da New York. Da lì ci siamo trasferiti in autobus a Washington, dopo aver fatto una breve sosta a Philadelphia.

A Washington, capitale degli Stati Uniti, abbiamo visitato il cimitero di Arlington, meglio conosciuto come “cimitero di guerra”, dove sono seppelliti i militari che hanno combattuto nella prima e nella seconda guerra mondiale, in quella del Vietnam e nella guerra che si sta combattendo ora in Iraq. In questo cimitero è seppellito inoltre uno dei più popolari presidenti d’America, John Fitzgerald Kennedy insieme al fratello Bob.

La tappa più apprezzata e fotografata è stata la Casa Bianca, dimora del Presidente Bush.

Ciò che colpisce di più visitando la città di Washington è la sua tranquillità: una città semplice, senza confusione, pulita e senza sfarzi dove ogni luogo rappresenta un pezzo di storia d’America: dal Campidoglio al gigantesco obelisco eretto in onore di George Washington, dal monumento a Jefferson a quello di Lincoln fino ai numerosi memoriali che ricordano i caduti delle varie guerre.

Lasciata Washington ci siamo diretti verso nord e attraversando la Pennsylvania, la terra degli Amish, abbiamo fatto tappa a Corning, dove abbiamo visitato il museo del vetro.

La nostra avventura è proseguita alla volta del Canada e delle mitiche cascate del Niagara che abbiamo potuto ammirare sia dal lato canadese sia da quello americano. Le cascate ci hanno offerto uno spettacolo straordinario, tant’è vero che per un attimo ci siamo sentiti in un altro mondo.

Lo spettacolo è stato ancora più suggestivo quando abbiamo fatto la mini-crociera a bordo del battello “Maid of the Mist” che ci ha permesso di ammirare le cascate da ancora più vicino, una veduta da togliere il fiato! Dal Canada ci siamo diretti a New York, la “Grande Mela”, la capitale del mondo.

Non ci sono parole per descrivere una città così affascinante. La prima cosa che sbalordisce di New York sono i grattacieli: ai lati delle strade si vedono queste mastodontiche costruzioni, sedi perlopiù di banche e uffici.

La sensazione che si prova stando a New York è quella di essere all’interno di un set cinematografico, perché la città è proprio come la vediamo nei film.

Al contrario di Washington, New York è caotica e c’è molto traffico, ma è anche questo che contribuisce a darne ancora più fascino.

Le strade sono popolate da persone di razze e colori differenti, quasi perfettamente integrate tra loro.

Abbiamo visitato i quartieri più famosi: Harlem, dove vive la maggior parte della popolazione di colore, China Town, Little Italy e Broadway, sede dei teatri più importanti del mondo.

Non poteva mancare la visita ai simboli della città: il Chrysler Building, il Rockfeller Center, dove viene innalzato il famoso albero di Natale, Times Square, reso popolare dalla grande festa di Capodanno che si svolge qui ogni anno, il ponte di Brooklyn e ovviamente la Statua della Libertà, che i newyorkesi chiamano più familiarmente “Miss Liberty”. Una sera alcuni di noi sono risaliti fino all’85° piano del celeberrimo Empire State Building per ammirare New York di notte… è stato veramente emozionante! Come emozionante è stata la visita a Ground Zero, dove solo pochi anni fa, prima dell’attentato dell’11 settembre, c’erano le Torri Gemelle. Si prova una strana sensazione ad essere di persona nel luogo di quell’attentato e tutti noi abbiamo cercato di capire che cosa abbiano provato gli americani quel triste giorno di settembre.

Abbiamo camminato per i viali del Central Park, siamo passati per la celeberrima 5ª strada, piena di negozi e gioiellerie e abbiamo fatto una breve tappa da Tiffany e a Wall Street sede di una delle più importanti borse del mondo.

L’ultima sera abbiamo cenato in un ristorante molto carino e poi la nostra guida ci ha portato vicino al ponte di Brooklin per scattare le ultime foto nella suggestiva atmosfera della notte newyorkese.

Questo viaggio è stato reso ancora più bello e divertente dal gruppo dei partecipanti che quest’anno ha unito ben tre generazioni. Tutte persone molto simpatiche e socievoli e a cui noi giovani abbiamo cercato di dare una mano soprattutto con la lingua inglese.

È stata un’esperienza molto interessante e divertente che tutti noi ricorderemo, forse con un po’ di malinconia, in attesa del prossimo viaggio.

 

                                                                                 Carlotta Finazzi

 

 

 

Washington: La casa bianca

Le cascate di Niagara

 

 

NOTE A MARGINE DEL VIAGGIO IN USA

 

Si è da qualche giorno tornati a Rosate, ma incredibilmente davanti agli occhi si ha ancora la vista di quelle città-mito americane per tutti mete da sogno fin da ragazzi; sto parlando delle città di Philadelphia, Washington, Toronto, Niagara Falls e New York, i punti che hanno disegnato il tour organizzato quest’anno dalla Biblioteca di Rosate.

Un viaggio che parla da sé, che non ha bisogno di tante spiegazioni per la bellezza intrinseca dei luoghi stessi, una realtà quasi fantastica e tanto diversa, ma altrettanto affascinante e dai mille volti, seppure “contaminata” da una serie di contraddizioni. Ogni luogo visitato ha trasmesso la propria storia seppur recente, la propria cultura e i propri costumi; a partire da Philadelphia, città di stile americano con ponti e grattacieli, scenario di moltissimi film, ma importante per la storia degli Stati Uniti in quanto sede della firma della carta di indipendenza degli stati e luogo in cui è conservata la famosa “campana delle libertà”. Il viaggio è poi proseguito a Washington, una città molto bella e senza grattacieli, che quindi non rispecchia le nostre aspettative di metropoli americana, anzi quasi europea, inglese, ma comunque capitale degli Stati Uniti e come tale fulcro della vita politica con la Casa Bianca, il Campidoglio e ricca di importanti monumenti e parchi. Lasciati temporaneamente gli Stati Uniti, si è raggiunto il Canada con la visita a Toronto, una città moderna con spunti di geniale architettura, per poi arrivare allo spettacolo naturale delle cascate del Niagara, maestose e spumeggianti, di assoluta bellezza, una vera e propria meraviglia del creato che abbiamo potuto ammirare sia dal lato americano che dal lato canadese anche con una “mini crociera”. Dalla straordinarietà della natura siamo così passati alla straordinarietà del lavoro dell’uomo, tornando negli Stati Uniti e ai grattacieli di New York, ultima tappa del nostro viaggio in cui ci siamo fermati tre giorni. Una città simbolo, di cui si è parlato e scritto tanto, per eccellenza la metropoli dove sono stati girati i più importanti film americani e non, unica nel suo genere, grandiosa e cosmopolita che ha accolto negli anni milioni e milioni di persone, primi fra tutti italiani ed altri europei che, arrivati dall’oceano, potevano finalmente intravedere ciò che da sempre sognavano, la Statua della libertà, questa statua di donna con in mano la fiaccola appunto segno di conoscenza e libertà. Un paese senza lunghe tradizioni e con una storia recente che comunque non gli ha impedito di sviluppare un grande senso di appartenenza e uno spiccato senso di identità nella Nazione, e un segno che potrebbe non voler dire nulla, ma che comunque colpisce è il vedere ovunque sventolare la bandiera americana.

Dagli anni ’30 New York viene chiamata la “grande mela”, rifacendosi alla mela come frutto che invoglia solo alla vista un assaggio; ecco così questa città vuole presentarsi al mondo, come una grande metropoli che tutti possono “assaggiare”, che dà opportunità a ciascuno senza porre limiti. La moltitudine di gente che si vede a New York dimostra proprio questo; c’è posto per tutti, non è importante la razza, il colore della pelle, la lingua, la religione, ogni persona trova la propria collocazione e il suo sapere o il suo essere, magari rifiutato dal nostro mondo così chiuso e a volte circoscritto da limitazioni e ipocrisie, ha la possibilità di emergere e di realizzarsi; una totale apertura mentale e uno spazio quasi infinito dimostrato non solo dai grattacieli dove lo sguardo si perde verso l’alto, ma anche e soprattutto dal porsi di questa città nei confronti dell’uomo. Forse per un paese che non ha radici profonde è più facile vivere questa dimensione e forse proprio l’intreccio delle diverse popolazioni, con le loro culture e le loro usanze, ha contribuito a quella multietnicità che si respira in ogni “avenue” e in ogni “street” di questa città, seppur con tutti i contrasti del suo essere così grande e quindi con i suoi estremi di ricchezza e povertà, ben visibili e da un punto di vista urbanistico e da un punto di vista dello stile di vita della gente. “Una città che perennemente distrugge e ricostruisce ... il cui magico incanto nasce dall’accumularsi di tutto il bene e tutto il male del mondo, tutta la luce e tutta la più nera oscurità” (C. Augias in “I segreti di New York”), davvero una città multiculturale, multietnica e multicolore, ma altrettanto contaminata in tutta evidenza dal rovescio della medaglia di questo modo di vivere. Infatti se New York può definirsi una comunità allargata a trecentosessanta gradi, è al contempo una città anonima, senza relazione diretta, che conta la sua gente, non sapendo che quell’insieme di persone è la somma di tanti singoli individui con bisogni, desideri, paure, dubbi e certezze. A me personalmente mette sempre un po’ di tristezza vedere tante persone insieme che si trovano nel medesimo posto, che fanno le stesse cose, ma che non si guardano, non si parlano, non si confrontano perché non sanno neppure chi sono. Questo d’altro canto può essere anche il nostro limite, cioè quello di dover a tutti i costi conoscersi per stare insieme e fare comunità e quello di dover avere la medesima idea per comunicare; anche questo infatti è un ostacolo verso il prossimo, perché è proprio cercando sempre il nostro simile che non riusciamo ad andare oltre ai nostri sbagli, alle nostre chiusure, un circolo vizioso che ci porta inevitabilmente a formare ghetti e privilegi. L’ideale sarebbe quello di trovare il giusto sodalizio di una comunità aperta, libera, ma al contempo ricca di conoscenze reciproche, fondata su relazioni, su veri interessi per le persone; forse un’utopia che non appartiene a questo mondo, neppure all’occidente tanto evoluto e tecnologico.

 

Eleonora Ciceri

 

 

 

Cimitero di Arlington: tombe dei Kennedy

New York: veduta dall’Empire State Building

 

 

On dolz ricòrd american

 

Tutt stracch, son pena torna in sti dì,

d’on viagg che ricordaroo ben ben,

viagg ch’el coeur l’è andaa a colpì, lassandomm, denter, on gran seren.

Ho poduu vedè la vera vita americana,

che de la libertà semper l’è sovrana.

 

Semm sta a vedè l’immensa Gran Poma

che da trì ann l’è nel coeur de tucc i omm

da quand gh’hann fa quèlla brutta toma,

de tremila gh’hann lassaa scritt i nomm,

e in dove prima gheren i Torr Gemell,

farann un qualcoss, ma saraa quell.

 

Poeu sèmm andaa in alter bèi città

ma senz’alter l’era minga l’istess,

i penser eren tucc semper là,

de la mia ment han ciappaa possèss.

Ground Zero, in mi me resta el doeur,

on groupp che tormenta, on crepacoeur.

 

Ma dess basta con robb trist e brutt,

parli de on qualcoss verament bell,

anca el coeur l’ha pagaa tributt,

come quand s’eri giovin, on pivell,

e tutt l’è success proppi in quell’istant,

quand l’arriva lee, la guida, un incant.

 

Alta, distinta in del portament

la se presenta “Gilda” son ciamada

mi credend de faggh on compliment

a Rita Hayworth l’hoo paragonada,

lee cantand “Caro nome” m’ha corrett,

son “Gilda” ma quella del Rigolett.

 

Mi che Verdi porti in dell coeur,

“Tutte le feste al tempio” ghe canti,

poeu “Veglia, o donna,...” col batticoeur,

restand drizz me on fus a lee davanti.

Gilda ciamandomm Rigoletto, al mornent

l’ha me nominà cavalier servent.

 

Ma el fatt pusse bell, per mi, l’è staa,

de quest bellissim viagg american,

quand al Cimiteri, numm, semm andaa,

lee, on mazz de fior, la portava in man,

l’era per Lor, i Kennedy, quel mazzett,

per possali, la scernii, mi, el Rigolett.

 

Che gran commozzion, lì, m’è toccaa,

quell onor l’era tutt, ma tutt per ,

per semper, in l’anim, devi ricordaa,

John e Jacqueline, tropp giuin per morì.

Denter de , adess, gh’è on gibilee,

e a Gilda, el Grazie, l’è tutt per lee.

 

Son tornà allegher, visp me on pess,

l’è vera, l’è sta bell, son tant content

ma la riuscida del viagg, el success,

l’e vegnu, per vialter, sì, brava gent,

per quest proponi un brindis estasiaa

a la bella Compagnia de Rosaa.

 

Me firmi: Rigolett

(Cesare Calvi)

Un dolce ricordo americano

 

Stanchissimo, son tornato in questi giorni,

da un viaggio che ricorderò per sempre,

da un viaggio che ha colpito il mio cuore,

lasciando in me una grande serenità.

Ho potuto vedere la vita dell’America

e la sovrana sua libertà.

 

Siamo stati a vedere la Grande Mela,

che da tre anni è nel cuore di tutti gli uomini,

da quando c’è stata quella distruzione,

e di tremila morti si son scritti i nomi,

e là dove sorgevano le Torri Gemelle,

faranno qualcos’altro, ma non sarà più quello.

 

Siamo stati in altre belle città

ma non era, senz’altro, la stessa cosa,

i miei pensieri erano sempre là,

e han preso possesso della mia mente.

Ground Zero, in me resta un dolore,

un groppo che tormenta, un batticuore.

 

Ma adesso basta, con cose brutte e tristi

parlo di qualcosa di veramente bello,

che, al mio cuore, ha fatto pagare un tributo,

mi son sentito ringiovanire, tornar pivello,

e tutto è successo nel momento

che arriva lei, la guida, come un incanto.

 

Alta, distinta dal bel portamento,

si presenta e dice di chiamarsi Gilda,

io, credendo di fargli un complimento,

accosto a Rita Hayworth la sua bella persona,

lei invece cantando “Caro nome” mi corregge,

io son Gilda la sventurata figlia di Rigoletto.

 

lo, che Verdi porto nel mio cuore,

le canticchio “Tutte le feste al tempio”

e poi “Veglia, o donna,...” col batticuore,

restando impalato a Lei d’innanzi.

Gilda chiamandomi Rigoletto, di colpo,

mi ha nominato suo cavalier servente.

 

Ma il momento più bello, per me, è stato,

di questo bellissimo viaggio americano,

quando al Grande Cimitero siamo andati,

Gilda porta con sé una piccola courbeille,

erano per loro, per i Kennedy, quei fiori

ma per posarli ha scelto me, il Rigoletto.

 

La grande emozione, lì, mi ha toccato,

era un grande onore tutto per me,

per sempre, l’animo mio, dovrà ricordare,

John e Jacqueline, troppo giovani per morire.

Entro me, ora, sento un dolce benessere,

ed il grazie per Gilda è tutto per lei.

 

Sono tornato allegro e vispo come un pesce,

è vero, è stato bello, sono contento,

ma la riuscita del viaggio, il suo successo,

è dovuto a voi, sì, a voi brava gente,

perciò propongo un brindisi estasiato

alla bella Compagnia di Rosate.

 

 

 

 

 

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