|
IN VIAGGIO CON LA |
|
|
|
|
|
VIAGGIO NEGLI STATI UNITI D’AMERICA, ANNO SECONDO |
|
|
|
|
|
Dopo il |
|
|
|
|
|
>> Consulta
il programma del viaggio negli Stati Uniti (West Coast)
del 2005 |
|
|
|
|
|
>> Consulta
il programma del viaggio negli Stati Uniti (East Coast) del 2004 |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Sedona: foto di gruppo |
|
|
|
|
|
Sognando California… per chi vuole ancora sognare Devo aver sognato, un
sogno collettivo lungo una decina di giorni, dal
meridiano dell’Europa centrale a quello della costa del Pacifico. E la
distanza di oltre diecimila chilometri, colmata da una corsa contro il tempo
tipo “Ritorno al Futuro” che ci ha ringiovanito
tutti di nove ore, è stata il primo chiaro segnale che si sarebbe entrati in
un mondo a parte. Non si poteva iniziare il San Francisco è una città aperta, ospitale e ottimista;
tanto aperta culturalmente da essere stata la culla di movimenti importanti
come la ‘beat generation’,
da cui negli anni Cinquanta emersero scrittori del calibro di Kerouak, con il suo romanzo manifesto “On the Road”, o
come il ‘free speech’, il
movimento della libertà di parola che negli anni Sessanta diede vera identità
all’università di Berkeley e gettò le basi per la
rivolta studentesca contro la guerra in Vietnam e per la nascita del movimento ‘hippy’;
tanto tollerante da ospitare per le sue strade, una delle poche città degli
Stati Uniti, migliaia di senzatetto che se ne vanno in giro con grossi sacchi
o con carrelli da supermercato a rovistare la loro spesa nei cestini della
spazzatura o negli avanzi dei turisti; tanto ottimista che un cronista locale
nel comunicare la notizia di un incidente a un ‘cable-car’, i celebri tram trainati da
cavi per superare gli erti pendii delle quarantatre colline sulle quali è
fondata la città, commentò: “Nessun ferito è così grave da poter essere
considerato morto!”. L’estate di San
Francisco non è delle più calde. Sarà per la sua ‘fog’, la
famosa nebbia che si forma al largo della costa e che d’estate, attirata
dalle alte temperature dell’interno, penetra fin nelle valli e fa respirare
tutta la baia avvolgendo l’imponente struttura del Golden Gate per poi
rivelarla gradualmente nei suoi particolari architettonici, così come ci è sembrato dalla cima di una delle Twin Peacks, le colline gemelle, da cui abbiamo potuto godere
di una spettacolare vista della città. E dunque, da subito,
intuiamo come la California non sia una terra, ma
più un’apparizione, che per un istante c’è e per il successivo chissà. Per
via anche di quella faglia di San Andreas che la taglia da nord a sud e che potrebbe far
sprofondare nel Pacifico la sua parte più occidentale da un giorno all’altro,
esponendola alla costante minaccia di terremoti. Inquieta nella conformazione
geologica come nell’animo dei suoi abitanti, la California
è un territorio dalle mille contraddizioni, ad un tempo popolato e selvaggio,
ricco e povero, dolce e brutale. Vanta i più bei parchi d’America, come lo
splendido Yosemite National Park,
uno dei territori montani più scenografici del mondo, ricco di una
vegetazione superba e dell’acqua che arrivando dai ghiacciai della Sierra
Nevada alimenta pittoresche cascate, e uno dei deserti più proibitivi del
mondo, la Death Valley, la
valle della morte. L’astronave gialla, che per una mattina abbiamo
immaginato essere il nostro pullman, è appena atterrata qui, in un paesaggio
lunare maestoso e desolato, vera frontiera dell’anima, con quella sua purezza
del vuoto assoluto che sprigiona. In questa landa fantasma il genio registico di Antonioni
ambientò uno dei suoi capolavori, “Zabriskie Point”, nel punto di massima depressione geologica
dell’emisfero settentrionale (86 metri sotto il livello del mare alle ‘bad water’,
l’immensa distesa di sale depositata dalla continua evaporazione dell’acqua);
nessun’altra atmosfera sarebbe risultata per Antonioni ad un tempo così irreale e così carica di
significato da poter rappresentare, utilizzando le migliori tecniche della
cinematografia americana, il desiderio di amore e libertà e l’annullamento
definitivo dei simboli del benessere e del consumismo di massa. Si sa,
i sogni sono spesso popolati da fantasmi stravaganti e spettri
imprevedibili. La valle della morte dista solo 220 km da Las Vegas, l’oasi, o meglio il miraggio di un’oasi, che ci sembra
di intravedere percorrendo il deserto, dopo aver attraversato città tanto
isolate e improbabili, come Tonopah o Goldfield o Beatty, quanto il ‘creosoto’, quel simpatico
cespuglio, ostinatamente e miracolosamente verde anche in piena estate, che
in queste aride distese desertiche cresce qua e là senza un vero motivo e ti
chiedi perché. Siamo già nello stato del Nevada, ma
almeno nei sogni i confini non valgono, vengono forzati e deformati come la ‘realtà’. Non avrei mai pensato di ritrovare a Las Vegas,
come nel paese dei balocchi, Venezia e le sue gondole, Parigi e la torre Eiffel, Luxor e le piramidi d’Egitto, in uno spettacolo
senza tregua di luci, di acqua, di suoni. A Las
Vegas la vita è un gioco continuo. E forse non è
stato un caso se prima di giungervi, percorrendo la statale 95, abbiamo
costeggiato la base militare di Nellis. I limiti di
velocità si riducono. Procediamo quasi a passo d’uomo. Il sogno ora si tinge
di mistero. Nell’immensa distesa di sabbia del Nevada
esiste una particolare zona denominata “Dreamland”,
la terra del sogno, appunto. Sulle mappe geografiche la regione risulta completamente desertica, ma è qui che sorge la più
importante base militare del paese: la famosa Area 51. Le catene montuose
circostanti ne impediscono la visione. La base ospita le installazioni per i
test nucleari e una zona di collaudo per gli aerei, ma nel cuore di Area 51, c’è pure l’impianto di Groom
Lake - la cui attività è segretissima - dove
verrebbero studiati gli alieni e le loro missioni sulla Terra. Chissà se si
tratta di realtà o di un ennesimo gioco dell’immaginazione o forse, più
semplicemente, di un modo come un altro per esorcizzare la paura dell’ignoto
e della solitudine dell’uomo di fronte all’universo. Sconfiniamo di nuovo,
da Las Vegas al Gran Canyon,
entrando nello stato dell’Arizona. Qui lo spazio è così vasto che non ci
rendiamo nemmeno conto di essere a quasi 3000 metri d’altezza. Ci sono voluti
millenni, senza troppi sforzi, al naturale corso del fiume Colorado per
erodere la roccia e creare questi coloratissimi strapiombi. Dal Bright Angel, uno dei numerosi ‘lodge’ dal
sapore indiano che si affacciano sul Gran Canyon, scopriamo davvero quanto siano labili le categorie spazio temporali dell’uomo. Il
silenzio si fa spontaneo nell’ora del tramonto e mi risuona la voce profetica
di Isaia: “Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto
le mie vie sovrastano le vostre vie - oracolo del Signore -, i miei pensieri
sovrastano i vostri pensieri”. Il cuore e la mente si aprono. Ora la meta è il sud
e ci facciamo distrarre solo da Sedona, che con i suoi campi elettrici e magnetici è
considerata una città magica, dove addirittura la Terra si alimenta di energia, per via dell’alta concentrazione di ferro
presente nelle rocce che la circondano, le Red
Rock, appunto, le montagne dal colore rosso. Anche noi attratti come delle
calamite da questi vortici di energia ci mettiamo in
posa e scattiamo qui la nostra foto di gruppo davanti agli imponenti massicci
di Bell Rock e di Courthouse
Butte, che hanno fatto da sfondo a tanti film western con sparatorie finali e
corse di cavalli. Da Phoenix, percorrendo
la statale 8 e attraversando Yuma, giungiamo
finalmente alla solare San
Diego, ma da queste parti la California è quasi Messico, ed anzi
il Messico (Tijuana),
sogno nel sogno, lo raggiungiamo a piedi! Le due città sono così diverse fra
loro che sembra proprio che a Tijuana il Primo e il
Terzo mondo stiano giocando a guardie e ladri. Ci manca solo un
tassello per completare il quadro: la fabbrica dei divi di Hollywood. Ma ci
basta passeggiare qualche ora per la ‘walk of fame’ per
assaporare il fascino del mito e dimenticare per un attimo, se ce ne fosse ancora bisogno, la nostra identità e assumere le
sembianze dei nostri attori preferiti. Non si può realmente dire di aver
visto una ‘grande’ città
se non si è stati a Los Angeles,
che si presenta come una città quasi sfuggente nei suoi immensi agglomerati
urbani. Il risveglio è ormai alle porte. Riposiamo per l’ultima notte sui
comodi guanciali delle stanze del Bonaventure
Hotel, il famoso grattacielo della Downtown con le cinque torri cilindriche e
i loro ascensori esterni sempre in movimento, costruito dall’architetto John Portman nel 1978. Al termine del Mauro Portaluppi |
|
|
|
|
|
|
|
|
Il “bookmobile”
della San Francisco Public Library |
L’edificio della Los Angeles Public Library |
|
|
|
|
West “on the road” Come da un po’ di tempo a questa parte, la Il Una
volta recuperati i bagagli abbiamo intrapreso un piccolo tour di questa città. Il
clima non è stato dei migliori e sembrava quasi autunnale, infatti
come afferma Mark Twain:
“Non ho mai passato un inverno peggiore come l’estate trascorsa a San
Francisco” tuttavia il tempo con noi è stato clemente e non abbiamo trovato
brutto tempo, anche se abbastanza ventilato. Dopo il breve tour ci
siamo diretti presso il Ramada
Plaza Downtown in Market Street che era il nostro
albergo nella città e subito la sera abbiamo potuto vederne la vita notturna
del molo ricco di ristoranti, negozi e centri commerciali. La mattina seguente
abbiamo visitato meglio la città. Come prima cosa abbiamo
visto il Campidoglio con la statua simbolo della California. Dopo aver visto
la Torre della Pace ci siamo diretti al Golden Gate
Bridge. Questo ponte, voluto da Roosevelt negli
anni Trenta, collega San Francisco a Marin City e sovrasta la baia di San
Francisco. Qui ci siamo diretti a piedi fino al primo pilone dal quale si
poteva vedere tutta la baia e l’isola di Alcatraz. Essendo il pomeriggio libero abbiamo potuto
esplorare meglio l’interno della città. Tipici sono i Cable-Car, tram funicolari che percorrono le
numerose salite e discese della città e poi la famosa Lombard
Street con i suoi tornanti ed i suoi fiori, infine altra particolarità le
case in stile vittoriano. Poi siamo rientrati in hotel, abbiamo cenato e ci
siamo riposati. Il mattino seguente
siamo partiti di buon ora da San Francisco per
dirigerci verso Yosemite.
Yosemite è un parco nazionale molto vasto che si
caratterizza per le sue stupende cascate, formazioni rocciose e panorami
mozzafiato. Dopo varie soste in questo immenso parco
abbiamo proseguito per Mommoth Lakes dove abbiamo cenato e pernottato. Il giorno dopo siamo
partiti alla volta del “Silver State”, cioè il
Nevada, puntando su Las Vegas!
Siamo arrivati in questa città di tardo pomeriggio, e subito si è percepita
l’aria “eccentrica” del luogo. Il giorno dopo era a nostra disposizione e,
mentre alcuni di noi si sono riposati in albergo, altri con la guida Paolo si
sono recati nella Death Valley (valle
della morte). La prima tappa è stata Zabriskie Point, punto strategico di scambio per le carovane che
percorrevano il deserto mentre la seconda è stata una sosta alla distesa
salata che si trova al di sotto del livello del
mare; in entrambi questi posti stupendi abbiamo scattato molte foto
paesaggistiche. La sera stessa abbiamo cenato al Planet
Hollywood, catena di ristoranti di Stallone dall’aria molto hollywoodiana, e
poi abbiamo potuto cogliere l’atmosfera di Las Vegas. Infatti
dopo aver assistito ad uno spettacolo al Treasure Island, uno degli innumerevoli hotel-casinò, ci siamo
recati al Venice (Venezia). In pratica Las Vegas si
può dire che sia una gigantesca città di carta pesta, dove tutto quello che
esiste viene riprodotto qui per creare esagerazione,
svago e divertimento; tuttavia è solo una facciata, perché la differenza tra
l’MGM, Paris, Mirage o il Cairo consiste solo
nell’aspetto esteriore, essendo all’interno quasi tutti identici. Il giorno seguente
dopo un lungo, ma interessante, Successivamente siamo partiti da
Phoenix per San Diego passando per
la cittadina di Yuma.
Una volta arrivati a San Diego abbiamo visitato la
città ed in particolar modo la Midway, portaerei americana che ha partecipato
alla Seconda Guerra Mondiale. Alcuni di noi nel pomeriggio hanno partecipato
all’escursione in Messico, o meglio, alla prima città di frontiera: Tijuana. Una volta passato il confine è come se
ci si dimenticasse di tutte le città americane e si entrasse in un mondo
totalmente diverso. Del Messico colpisce il numero di farmacie e medici
presenti (meno cari che negli Stati Uniti) e la povertà della popolazione. Molto bello il mercato ed i suonatori di strada che ci hanno
allietato con alcune canzoni. Il giorno dopo siamo partiti per Los Angeles. Qui abbiamo visitato Hollywood con il famoso Chinese Theatre, dove le grandi
“Stars” del cinema hanno impresso sul cemento le
loro impronte autografate di mani e piedi. Per noi
italiani sono presenti Sofia Loren e Marcello Mastroianni. Dopo ci siamo diretti a Santa Monica e qui
abbiamo potuto bagnare i piedi nell’immenso Oceano Pacifico. Infine ci siamo
diretti all’hotel, il Westin Bonaventure
Hotel, e qui abbiamo preparato le valige per il nostro mesto rientro a casa. È inutile comparare l’esperienza di quest’anno
con quella dell’anno scorso, che ci ha portati a New
York, perché sono completamente differenti. Questo Ho tenuto i miei personali ringraziamenti alla fine. Come primi
ringrazio i miei genitori, che mi hanno permesso di Simone Castelli |
|
|
|
|
|
|
|
|
Una spettacolare panoramica del Gran Canyon |
|
|
|
|
|
Che America…, però Rosaa… |
Che America…, però Rosate… |
|
|
|
|
Sont chi tutt a tocch per el fùs |
Mi sento rotto per il fuso orario |
|
intrònaa, inlòochi e pien de rogn |
intronato, allocchito e
pieno di dolori, |
|
me senti fùs, confùs mè on barlafus |
mi sento fuso, confuso, come un rottame, |
|
riessi no a dormì a ciappa
sogn; |
non riesco a prendere sonno. |
|
in sto stat, una vosetta che intona, |
In questo stato una vocina che intona, |
|
me par de sentì: - "Laggiù
nell'Arizona..." |
mi pare di sentire: - “Laggiù nell'Arizona...” |
|
|
|
|
Rivedi, lor,
quei de Rosaa, pocch mascett, |
Li rivedo, sono loro, quelli di Rosate, pochi maschi, |
|
tanti i component
del gentil sess, |
tante componenti del gentil sesso, |
|
che con grazia, portament
e allegria, |
che con grazia, signorilità ed allegria, |
|
hann tegnuu su viscor el compless, |
hanno tenuto vispo il complesso, |
|
fasend a tùcc, sentì,
ch'eren, content |
facendo sentire la loro contentezza |
|
de passa insemma sti bei moment. |
a trascorrere bei momenti assieme. |
|
|
|
|
Eren pròppi tanti,
Lucia, Pinuccia, |
Erano proprio tante, Lucia, Pinuccia, |
|
ricordi alter nomm: -
Luisa, Gabriell, |
ricordo altri nomi: - Luisa, Gabriella, |
|
Carolina, Chiara, Ivana,
Mariuccia |
Carolina, Chiara, Ivana, Mariuccia, |
|
Elen, Laura, trascuri no i tre Sorell, |
Elena, Laura, non trascuro le Tra Sorelle, |
|
e tanti d'alter, la mia metà? La gh'era, |
e tante altre, la mia metà? C'era |
|
no a metà, l'ho portada
tùtta intera. |
ma non a metà l'ho portata tutta intera. |
|
|
|
|
Seromm in sessanta, e all'aurora, |
In sessanta eravamo. E di buon'ora, |
|
cont valis, con pacchett e alter fagott |
con valigie, con pacchetti e con zainetti, |
|
adrèè a lor, al
Mauro e la Eleonora, |
dietro a loro: - a Mauro ed a Eleonora, |
|
noster Duca, in silenzi e in piena nott, |
nostri Duca, in silenzio ed in piena notte, |
|
in California senza rocch
e senza fus |
in California, senza rocchi e senza fusi |
|
semm andaa, per stoppà neanca on bùs. |
siamo andati, senza stoppare nessun buco. |
|
|
|
|
Dodess
or de jet e semm a San Fransisc |
Dodici ore di aereo e siamo a San Francisco, |
|
vedomm la baia, la Gesa
Sant Mary', |
vediamo la baia, la Cattedrale di Santa Maria, |
|
ma sul Golden Gate cosa hemm
vist! |
ma sul Golden Gate, che cosa abbiamo visto! |
|
On'òpera immensa de fa resta lì |
Un'opera immensa, da farti restare senza fiato, |
|
fada de fil de fer e
putrelloni, |
fatta con corde e travi d'acciaio. |
|
e sora corren mila macchinoni. |
e sopra essa corrono migliaia di macchine. |
|
|
|
|
Altra granda attrazion de sta città |
Altra caratteristica attrazione di questa città, |
|
l'è, anca, el so tramvain a cadena, |
è, anche, un tramvai a catena, |
|
che con tanta pendenza, su e giò el và |
che in grande dislivello, va su e giù, |
|
guidaa da vùn on poo matt, ch'el sderena, |
manovrato da un pazzoide, che sballotta |
|
el stremiss, i |
che spaventa i viaggiatori, con brusche
frenate, |
|
disces a rotadecoll e
impennad. |
con discese a rotta di collo e pronte
impennate. |
|
|
|
|
Las Vegas! Se campa nò domà de pan, |
Las Vegas! Non si vive di solo pane, |
|
se dis, ma chi gh'è anca la pitanza, |
si dice, ma qui c'è anche la pietanza, |
|
gh'è el caffè, el dessert e poeu l'argiant, |
c'è il caffè il dessert e anche il denaro, |
|
chi se viv nell'òr e nell'abbondanza. |
qui si vive nell'oro e nell'abbondanza. |
|
Gh'e pussè ciar chi in on sol casinò, |
Si consuma più corrente elettrica in un solo casinò |
|
che, a ca nosta, un paeson me Rhò. |
che, dalle nostre parti, una cittadina come Rho. |
|
|
|
|
On vers famos "Semm in trenta con
la sort..." |
Un verso famoso: “Siamo in trenta con la sorte” (1) |
|
Anca numm, pena
in trenta, emm affrontaa,
|
Anche noi in trenta, che rischio, abbiamo affrontato |
|
a cinquanta grad,
che cald, la Vall de la Mort, |
a cinquanta gradi, che caldo, la Valle
della Morte, |
|
ona desert de zuccher, bianc, immacolaa. |
un deserto di zucchero bianco e immacolato. |
|
M'è vegnuu el petitt, de dagh 'na
saggiada, |
M'è venuto voglia di assaggiare un po’, di quello bianco, |
|
l'è minga roba dolza, a l'è salada. |
non era mica dolce, bensì salato. |
|
|
|
|
Los Angeles! Sarann
des o vint città, |
Los Angeles! Dieci o venti città |
|
miss insemma, strad che te lassa sgoment. |
unite, strade immense, impressionanti. |
|
El nost albergo!
De sass el te fa sta, |
Il nostro albergo! Ti fa restar meravigliato, |
|
cinq torr de cristall, ascensoeur trasparent |
cinque torri di cristallo, ascensori a vetri, panor |
|
che van su e giò a tùtta manetta, |
che vanno su e giù velocissimi , |
|
stucch, fontan e che lùssù de moquetta. |
Stucchi, fontane e lussuosissima moquette. |
|
|
|
|
Al grand Canyon,
el moment pussee toccant |
Ma il momento più toccante lo provo al Grand
Canyon, |
|
del nost viagg, grazie Paolo. Che gran
vision, |
grazie Paolo (2), che visione meravigliosa, |
|
pròppi quand, el so, el va pian pianin calant, |
proprio nel momento del tramonto, il sole, |
|
se cambien i
color in tutt i sò canton, |
calando, muta in tutti gli angoli del Canyon i
colori, |
|
se pissen de lus tutt i sass,
tutt i sces, |
accende di luci nuove le rocce ed i cespugli, |
|
el spettacol el gh'è: - bell,
ver ed estes. |
lo spettacolo c'è è bello, vero ed immenso. |
|
|
|
|
Allora, te penset,
quel che la faa, l'Omm, |
Allora pensi, a ciò che ha fatto l'Uomo, |
|
in di secol, con
la sua intelligenza, |
nei secoli, con la sua intelligenza |
|
la fa la Gioconda, la Scala, el Dòmm, |
ha fatto la Gioconda, la Scala, il Duomo, |
|
la sviscerà tucc i canton de la scienza, |
è penetrato nei meandri della scienza, |
|
però, el po’ nò col Nòst Signor compett. |
però, non può competere con il Padreterno. |
|
El perd, restand de palta e interdett. |
Perde. Restando di pietra ed interdetto. |
|
|
|
|
Quand, el Creator, el te sbatt lì, in natura |
Quando il Creatore, all'improvviso ti mostra, in natura |
|
on spettacol,
come quell che èmm vist |
uno spettacolo come quello a cui abbiamo
assistito, |
|
che estasi, che moment, che pittura, |
che estasi, che attimi, che quadro, |
|
te sentet el coeur inondaa
da un mist |
ti fa inondare il cuore da un misto |
|
de pas, de nostalgia, godend nel profond |
di pace, di nostalgia, che ti fa apprezzare
nell'intimo |
|
l'infinida bellezza del noster
Mond. |
l'infinita bellezza della nostra Terra. |
|
|
|
|
E allora se torna a ca
volentera. |
E allora si torna, volentieri, a casa. Rivedere |
|
Rivedè i nòster cassin, el nòst
Rosaa, |
le nostre cascine, il nostro Rosate, |
|
cont strecc in
fior, fa on po' a ragnera. |
con i vialetti in fiore, disposti un poco a
ragnatela, |
|
Risentì el profum del fen pena taiaa. |
Risentire il profumo del fieno, appena tagliato. |
|
Trovass insemma, con el coer avert
e scett, |
Trovarsi assieme, in modo aperto e schietto |
|
discorr allegher,
anca, nel nost dialett. |
parlare tra noi, in allegria, anche in dialetto. |
|
|
|
|
Cert la Bergonza
l'è no el Colorado, |
Certo la Bergonza, (3) non è il (fiume) Colorado |
|
i noster cà in no faa de fer e de cristall, |
le nostre case non sono di acciaio o di
cristallo |
|
ma nanca de legn, cert s'èmm nò in grado |
ma nemmeno di legno, non siamo certamente
in grado |
|
de staa a pari a lor, ma disemm, senza fall, |
di competere con loro, ma diciamolo, senza
sbagliare: |
|
"El Nòster Sant Steven,
el Nòst Castell |
"Il Nostro Santo Stefano (4), ed il nostro Castello (5) |
|
in del Sò piccol, gh'hann, pur, el sò bell". |
nel loro piccolo hanno, pure, qualcosa di
bello". |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
(1) La beffa di Buccarì di G. D'Annunzio |
|
|
(2) Signor Paolo, nostro Dotto e Impagabile Accompagnatore |
|
|
(3) La roggia che arriva a Rosate |
|
|
(4) La Chiesa Parrocchiale di Rosate |
|
|
(5) Citato nel romanzo "Marco Visconti" di Tommaso Grossi |
|
|
|
|
|
|