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O S T R A D I P I T T U R A

LUCA ZÚNICA
sabato 20 maggio 2006, ore 16,30
da sabato 20 a
domenica 28 maggio 2006
dalle ore 15.00 alle ore 19.00
Viale
Rimembranze, 30 - Rosate (Mi)
CENNI BIOGRAFICI
Luca Zùnica è nato a Bologna
nel 1961.
Ha compiuto studi artistici presso il Liceo
Artistico Statale di Milano. Dopo la maturità ha seguito il Corso di pittura
dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, diplomandosi
nel 1983 con la tesi “Ricerca sul rapporto tra segno e colore nell’opera
artistica come specchio”.
Negli anni ottanta partecipa alla realizzazione
di fogli e cartelle d’incisione calcografica (acquaforte, acquatinta, maniera
nera, puntasecca ecc.), per vari artisti italiani.
Frattanto contribuisce all’allestimento di alcune mostre sul Settecento emiliano al Museo Civico di
Bologna. Nel 1984 espone in una collettiva presso il Circolo Culturale
Il Cortile, di Bologna; vince inoltre il 2° premio ex-aequo per la
Pittura all’Acquarello “Alberto Pisa”.
Nel 1987 espone a Palazzo Re Enzo di Bologna in una
collettiva di pittura dal titolo “L’arte dei giovani”. A cavallo tra gli anni
ottanta e novanta collabora continuativamente con un’agenzia di pubblicità, in qualità di grafico creativo, per l’ideazione di
cataloghi, depliant, packaging e per il design di
oggetti d’uso comune. Nello stesso periodo è titolare di cattedra per
l’insegnamento di Disegno e storia dell’arte presso un liceo scientifico
bolognese.
Nel 1995 espone alla Galleria Comunale d’arte del comune di Baricella (Bologna), con una mostra dal titolo “Maree”. Allo stesso anno risale la personale presso la galleria d’arte “Il Graffio” di Bologna.
UN
PREGIUDIZIO DISCUTIBILE
Sgombriamo
subito il terreno da un equivoco. Di
fronte ad immagini di questo tipo, cioè di tipo
informale ed astratto (perché tale è la categoria generica cui vanno ascritte
le opere di questo artista), il profano si pone probabilmente una domanda,
legittima (anche se magari inconfessata): ma che cosa vuol dire tutto ciò? Che cosa rappresenta? Non c’è nulla in natura, nella realtà,
nel mondo circostante, nulla che somigli a queste linee, a queste forme, a
questi colori, a queste macchie: non alberi, non paesaggi, non volti o corpi
oppure oggetti. Niente, insomma, di quello che qui si vede è riconoscibile come
cosa reale.
Ebbene, ne siamo proprio sicuri? Non sono forse egualmente
astratte e prive di forme e contorni definiti le iridescenze dei cristalli, il
caleidoscopio della materia microscopica, le immagini organiche rese visibili dalle nanotecnologie, o certi ammassi stellari
ed altre manifestazioni cosmiche catturate dai radiotelescopi? E a parte, poi, l’infinitamente piccolo e l’infinitamente
grande, non sono altrettanto “astratte” ed informi le macchie d’umido o muffa o
salnitro su antichi muri maculati dal tempo, dal muschio, dalle intemperie? E le venature dei marmi? La nostra fantasia non si perde
talvolta a intuire suggerimenti figurativi nelle forme
perennemente mutevoli delle nubi?
La verità è che
un artista non può attingere che ad una sola fonte di ispirazione:
il serbatoio della propria memoria figurativa, repertorio nel quale egli non
potrà rintracciare niente di più che le immagini da lui effettivamente
sperimentate e viste. La sua libertà consiste nel combinare forme e colori in
modo originale, come un alchimista che assiduamente esplori le potenzialità
espressive e di racconto della materia visiva. Si tratta in fondo della ricerca
(tanto vana, forse, quanto sempre rinnovata) di una verità
ulteriore, che stia al di sotto dell’appa-renza ingannevole che
l’aspetto quotidiano e normale del mondo ci consegna. E
questa ricerca, forse, è uno dei modi che ha l’uomo di interrogarsi
perennemente sul mistero delle cose, dell’esistere, dell’essere.
Del resto, non si vede perché l’astrazione
possa aver diritto di cittadinanza in un’arte eminentemente non realistica come
la musica (senza che il destinatario abbia l’assillo di sapere se i suoni che
ascolta sono cinguettii o scoppi o lamenti o risate o scrosci di pioggia) e non
possa viceversa averne quando si tratti d’immagini, forme, colori, linee,
contorni. Anche al senso della vista si possono
offrire “sinfonie” altrettanto “astratte” di quelle musicali…
Annalisa Martino
IL PARERE DEL CRITICO
[…] Analizzando il lavoro di Luca Zunica nel tempo,
rilevo una costante: egli parte dallo studio della composizione per realizzare
con l’opera un progetto, mai sperando nella casualità, ma poggiando su una
cosciente previsione del risultato: del resto, la pratica severa
dell’incisione, che egli ha assimilato oltre che nelle scuole anche tra le mura
domestiche, gli ha dato fin dagli inizi una forma mentis attenta al controllo,
alla consapevolezza.
I primi lavori grafici degli anni ottanta,
a tempera trattata con una delicatezza direi acquarellistica, con tonalità tenui, contrasti morbidi e
sfumati, sono frutto di un ordine mentale e di uno studio preliminare
certo evidente. E così dicasi dei lavori successivi, in quella fase, per esempio,
in cui adoperava cartoni spessi su cui poggiava tempere materiche
e sabbie, e tracciava linee anche incidendo il supporto cartaceo, definendo
così spazi geometrici scanditi dal ritmo dei numeri: ne risultava
una pittura corposa con materia densa e di tonalità scure, ordinatissima tanto
quanto egualmente ordinate, ma tanto aeree e lievi e chiare erano state quelle
tipiche della grafica precedente a tempera e ad acquaforte.
Ed ancora, in fase successiva
continuava questo interesse verso le forme materiche, spostandosi sull’informale, e quindi con disegno
e progetto grafico celati dietro il gesto e la “non forma”. In esecuzioni dove
anche il minimo effetto risulta controllatissimo.
Queste fasi o cicli distinti per stili attuavano quel ventaglio di esplorazioni su versanti anche opposti che sta come
premessa del lavoro recente, pure diversissimo da ognuna delle fasi precedenti.
Innanzitutto per le dimensioni molto ingrandite rispetto a
quelle del “piccolo quadro”, in cui si collocano i lavori più datati; poi per
l’opera di sintesi, decisa e quasi assoluta, rispetto a quelli immediatamente
precedenti, che semmai si ricollega all’essenzialità delle prove più lontane;
infine, per l’uso dello spazio, che si è fatto aereo e quasi non dipinto,
dissonando con le densissime superfici del momento neoinformale, e ancora per
la pennellata decisa e a larghi tratti, quasi senza sovrapposizioni, in opposto
a quella che prima era tormentata, stratificata e totalmente coprente; per il
colore che si è fatto quasi monocromo. Nuovo, inoltre, il progetto di impatto figurativo, pure se vari sono i punti in comune
con la precedente opera grafica; ma ora il quadro è aggressivo, l’immagine
prorompente per la forza di gesto e di tratto, per chiaro disegno, tanto quanto
delicate, quasi sfuggenti, introverse, erano state molte opere precedenti:
dalla ricerca interiore all’espressione della piena delle sensazioni, con una
gestualità che se è nuova, già era latente nelle precedenti opere informali.
[…]
Arrigo Grazia
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